FRUSTRAZIONI DI UN PORTABORSE

E voi, quali fossili custodite nella vostra borsa?


Mia carissima Zelda,
non posso certo dire di avere una giornata tipo, nessuna, grazie al cielo, segue mai un programma ben preciso.
Alcuna regola sembra volersi insinuare, gagliarda, attraverso il ritmico scandirsi delle ore, se non quella dell’ imprevisto.
La pianificazione serrata mi crea effetti collaterali indesiderati.
Ma se è vero che l’ eccezione conferma la regola, la mia eccezione è certo la costante e ingestibile incapacità mattutina di rinvenire, anche in un tempo che persino Kundera riconoscerebbe come lento, oggetti che, silenziosi e inanimati, giacciono in ordine sparso sui fondali, profondi e bui, delle mie borse.


E’ indiscutibile che negli ultimi anni tutto sia stato reso più difficoltoso dall’ infelice scelta, di avaguardistico design, che ha spinto la casa automobilistica Renault, di cui posseggo un’ auto, a produrre chiavi di accesione delle proprie autovetture di una forma simile a quella di una carta di credito, nera, sottile e afona.


Spesso fantastico, mi basta chiudere gli occhi e riesco persino a sentire la melodia di un meravigliosa musica di Morricone in sottofondo.
Truccata e pettinata come una star di Hollywood, con il braccio tonico e proteso verso il cielo, stringo nel palmo della mano le chiavi della macchina, e a favore di telecamera, fissato lo sguardo lontanto, sognante, dico: “è soltanto un gioco, ma io lo amo…”


Ma la realtà, si sa, è sempre molto più dura.
Non c’è mattina che inutilmente non sprofondi più di metà del braccio nella mia borsa, nel vano, quanto frenetico, tentativo di estrarlo vittorioso.
Primo tentativo fallito.
Allora cerco di aiutare il mio inefficace senso tattile con la timida vista e, consapevole dell’ imperdonabile ritardo ma non ancora entrata nel panico, iperventilo e infilo il viso nel pertugio, spesso ostico.
E’ sicuramente un problema di illuminazione, accendo una lampada.
O forse non sono al loro posto, perlustro nuovamente la casa.
Guardo l’ orologio.
Comincio a sudare.
Ancora affondo la mano.
Apro la porta di casa e mi riverso sulle scale, dove la luce frizzante del mattino abbaglia, tanto da rendere le cose quasi trasparenti, le troverò.
Esausta mi arrendo.
Mi siedo sugli scalini, e rovescio tutto a terra.
Con gli occhi salto da una cosa all’ altra, schizofrenicamente.

provaci ancora caju

provaci ancora caju provaci ancora caju

provaci ancora caju

Il portafogli, un libro, una lettera della banca chiusa, l’ astuccio delle chiavi, vuoto, un rossetto, un altro rosseto, gli occhiali da sole graduati, gli occhiali da sole non graduati, altrimenti in caso di lenti a contatto cosa faccio? un porta carte fedeltà, non certo di credito, una agenda nera, un quadernino rosso, ancora un rosetto, due, tre, un guanto di lana, il destro, il cavo per ricaricare il telefono, l’ auricolare,
e il telefono? non c’è, il telefono, l’ ho perso, ecco lo sapevo… ah no, eccolo, un campionicno di una crema, il guanto sinistro, che poi se venisse una nevicata improvvisa sono a posto, un lucidalabbra, un rossetto rosso, e pensare che io non uso rossetti, i vecchi occhiali da vista, non per nostalgia, ma è che dovrei ricordarmi di portare davanti al pc, un pacchetto chewing gum, anzi uno e mezzo, le chiavi di casa, quelle dell’ ufficio, di casa dei miei, del motorino, della bicicletta, la ricetta della colomba lievitata naturalmente, un burrocacao, ancora un lucida labbra e le fottutissime chiavi della macchina.



provaci ancora caju

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