• 1, 2, 3... P'TIT

  • Centocinquantacinque foto.
    Una per ogni giorno di dicembre.
    Per gli ultimi cinque anni.
    P’tit.

    Camilla ci invita di nuovo alla condivisione.
    Non possiamo dirle di no.
    Le regole ormai le conoscete.

    Che dicembre ci sia dolce.
    Che ci stupisca, ci scaldi e ci curi con le piccole cose per le quali merita di vivere.
    Ogni giorno.

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  • HO IN SERBO UN MATRIMONIO (cinque cose da sapere sui matrimoni in Serbia)

    1. Per la Serbia si vola solo con Alitalia.
      Prendi un volo in una qualsiasi città italiana, fai scalo a Roma, e poi ti imbarchi per Belgrado.
      Tutto chiaro?
      Riproviamoci, dai… più lentamente.
      P R E N D I U N V O L O I N U N A  Q U A L S I A S I  C I T T A’  I T A L I A N A.
      F A I  S C A L O  A  R O M A .
      E  P O I  T I  I M B A R C H I  P E R  B E L G R A D O.

      Ora ti vedi?
      Là…  piccino, buttato su una poltroncina di metallo ghiaccio, ormai solo, con gli occhi fissi sul nastro che scorre…
      Vuoto.
      Non farti prendere dallo sconforto, non è ancora la cosa peggiore che ti possa capitare.
      L’ indomani potresti sempre presentarti al ricevimento con il perizoma rosso che ti ha prestato la cugina della sposa, la cravatta presa in comodato d’ uso dal cameriere per soli 2000 dinari e la camicia con la quale hai preso il volo in una qualsiasi città italiana, hai fatto scalo a Roma, e poi ti sei imbarcato per Belgrado.

     

    1. In serbia sono un tantino patriottici.
      E il fatto che noi italiani tiriamo fuori la nostra bandiera cucita dalla nonna per la coppa del mondo del 90 solo per i mondiali, e solo se la nazionale vince, ai nostri  occhi questa storia del patriottismo sembra un tantino amplificato.
      In Serbia nessuno si sposa senza aver issato una bandiera di dimensioni bibliche.
      Gli addetti all’orgoglio nazionale sono sbandieratori professionisti, con almeno 200 ore di allenamento alle spalle, che è proprio inutile che un italiano ci si possa minimamente confrontare.
      Nel caso abbiate figli al seguito, può tornare utile.
      Scaricate a loro l’ ingrato compito di sventolare per almeno sette ore consecutive la vostra bandiera.
      Conquisteranno tutti con la tenerezza.

     

    1. In serbia i matrimoni durano.
      Almeno 11 ore.
      Ma non fatevi prendere dallo sconforto, perché in Serbia per tutti c’è un rimedio.
      Ti fanno male le scarpe? Tieni, bevici una grappa.
      Senti caldo? Tieni, bevici una grappa.
      Hai fame? Tieni, bevici una grappa.
      Ti vergogni a parlare inglese perché quella di inglese ti dava sempre quattro mèno mèno. Tieni, bevici una grappa.
      E’ il secondo figliolo che ti si sposa in due mesi? Tieni, bevici una grappa.
      Piuttosto che sventolare la bandiera italiana daresti un bacio in bocca a un Gipsy? Tieni, bevici una grappa.
      Sarà anche stato che noi s’ aveva mille mancamenti… ma a una cert’ora, la grappa l’ hanno cominciata a portare sui tavoli con le caraffe.

     

    1. In serbia le spose hanno tutte le cugine.
      E le cugine si sa… nazione che vai, hanno sempre il loro fascino.
      Ecco, fate attenzione.
      Alle cugine e alle grappe!

     

    1. C’è solo un problema in Serbia, un po’ come le banane a Palermo.
      La congestione.
      Mangi, bevi, balli, poi hai caldo, esci, bevi, balli, bevi, hai i pensieri, bevi, la musica è troppo alta, bevi, mangi e bevi, fa molto caldo, bevi, esci…
      Oh… è un niente che senti freddo.
      E’ la congestione.
      Poi si sa, con la congestione si vomita.

     

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  • AMERICAN(ATA) SNIPER

  • Processed with VSCOcam with f2 presetSono italiana quasi integralista,
    convinta pacifista,
    indissolubilmente legata alla mia terra, ma non patriottica,
    partigiana piuttosto.
    Soffro gli eroi e le sciacquette.
    Era doveroso facessi questa premessa, di spessore, direi.

    Sono andata a vedere American Sniper mossa dall’ intenzione di voler alimentare la Banca del Matrimonio, perchè in casa nostra funziona più o meno così, chi mette in banca un film di azione di questa portata riscuoterà almeno un paio di film drammatici, di cui uno addirittura italiano.

    Il trailer è davvero accattivamente e la scelta delle scene sopraffina.
    Da quelle sequenze , infatti , si potrebbe prospettare di tutto e il film potrebbe prendere qualsiasi piega.
    Persino i primi fotogrammi della pellicola me lo hanno fatto pensare, accrescendo le mie aspettative.
    E’ dopo poco che arriva tutto il resto, già troppo visto e poco sviluppato, scontato ecco.
    Ed è un peccato perchè le pontenzialità della sceneggiatura sarebbero potute essere davvero altissime.

    Il film racconta la storia di Chris Kyle, il più famoso cecchino d’ america.
    Bambino cresciuto in una patriottica famiglia texana, che trascorre l’ infanzia cercando di compiacere il padre.
    Da lui impara a cacciare e a difendersi con la forza, se necessario.
    A trenta’ anni è l’ attacco terroristico all’ ambasciata americana di Nairobi a spingere Chris ad arruolarsi nei Navy Seals.
    Poi le solite cose dei film di guerra che già si sanno e quindi forse superflue.
    Addestramenti durissimi, pressione psicologica, e lui che tra tutti resiste, diventando il migliore.
    Poi il matrimonio, la missione in Iraq, la nascita dei figli, l’ insofferenza della moglie, il desiderio di vendicare i caduti e la sindrome da stress post traumatico.
    C’è davvero tutto, direi.

    Ci sono almeno 6 buoni motivi per cui American Sniper avrebbe davvero potuto essere un buon film, ma non lo è stato.

    1. Allo spettatore non è concessa alcuna libertà interpretativa. Per lui, il regista ha previsto un percorso a senso unico, una gymkhana tra buoni e cattivi dai lineamenti ben definiti e dannatamente riconoscibili, in un contesto invece sfocato, abbandonato dietro a panorami scheletrici avvolti nel nulla arido del deserto.
    Estwood intende condurre lo spettatore dalla parte giusta dissuadendolo da ogni possibile empatia con il nemico, e lo fa attraverso l’ evoluzione misurata di Chris che con l’ addestramento e l’ estraneazione si trova capace di distinguere un cervo da un serpente, un bambino da un bambino assasino.

    2. Il ruolo della moglie di Chris, recitato da una Sienna Miller quasi fastidiosa, rimane un’ appendice piatta e senza spessore. Un elemento di disturbo che scandisce il passare del tempo con lamenti vuoti di qualsiasi psicologia.
    Relegata ad un ruolo marginale di consolatrice sessuale e procreatrice, ma non di madre.
    Sarebbe potuta essere conforto, giudizio, tenerezza, rifugio, realtà, indignazione, e invece nel film non regge nemmeno il confronto con le Army Wives della tv americana.

    3. Rimane appenna accennata anche la figura del fratello di Chris, il più piccolo, il meno capace, quello che si arruola forse per non sentirsi sempre il secondo, forse per dimostare un coraggio che non ha, non un guerriero ma un indifeso che alla guerra, alla fine, si arrende.
    Poteva essere l’ altro punto di vista, poteva essere una vittima, la fatica, la paura, la compassione.
    Poteva essere tante cose che invece non sono state.

    4. Il bene e il male potevano essere rappresentati come la faccia della stessa medaglia, si potevano contrapporre le armi quali strumento per uccidere in mano ai soldati, ai soldati quali strumento per uccidere in mano ai potenti, si poteva raccontare dell’ uguaglianza tra gli uomini attraverso lo sguardo dei cecchini intrappolato nei loro mirini, e invece Estwood sceglie di contrapporre il cecchino buon al cecchino cattivo, il morto cattivo al morto buono.
    E con questo benedice la guerra.
    Gli da significato.
    La redime.

    5. Poteva essere anche solo un bel film sulla sindrome da stress post traumatico e invece questa viene sfruttata ad uso e consumo di una bieca propaganda militare.
    Viene rappresentata come una conseguenza naturale della guerra.
    Da conviverci con fierezza e da portare con orgoglio come le medaglie su una divisa.

    6. E se per qualcuno questo film poteva essere solo un modo come un altro per ammirare un Bradley da spolvero, tutto muscoli e brillantina, magari dopo una giornata lunga e faticosa, niente, vi va male, perchè Bradley sta inquartato come un bue, che manco la barba riesce a dargli #quelnonsoche che ormai c’ ha pure il sindaco Marino.

  • CHE FURIA C'E'?

  • Processed with VSCOcam with c1 preset
    E’ un pò come se ci avessero invitato ad una festa, di quelle esclusive, che sai che se ne parlerà per anni, dove se ti hanno invitato vuol dire che allora sei davvero nel giro giusto, di quelle feste che nei giorni prima ti ci immagini pure, e per le quali fai infinite sessioni di prove abito davanti allo specchio.
    La festa dell’ anno, ai tempi in cui ancora non c’era il GPS, però.
    Non conosci la strada, ma hai chiesto in giro.
    Sai bene che arrivare tra i primi sarebbe da sfigato.
    Scegli quindi il momento giusto con matematica precisione.
    E quindi parti,
    emozionato.
    Poi metti che uno si ferma a comprare le sigarette, a qualcuno magari scappa la pipì e allora al primo bar si fa pure una bevuta, e poi quando riparti il buio non è più nero ma bianco denso.
    La nebbia, rallentari, percorri cieco chilometri di campagna.
    Cerchi.
    Chiedi.
    Ti sembra sempre più tardi.
    Dannatamente troppo tardi.
    Eppure la strada è quasi sicuramnete quella.
    Forse sei andato troppo avanti, torni indietro.
    Anche se sei quasi sicuro.
    Poi eccolo, trovi finalmente il bivio maledetto.
    lo imbocchi, e cominci l’ ultima corsa.
    Vedi le luci, senti persino la musica, lieve.
    Lasci la macchina, ad ogni sasso imprechi contro quei tacchi altri.
    Eccoti, l’ ultima sistemata ai capelli, suoni.
    Sono già tutti lì.
    Ti sembrano allegri, felici.
    Tutti quasi amici.
    Tu sei un estraneo, ma pensi di poter recuperare.
    Con un regalo tra le mani ti avvicini al padrone della festa.
    Sfoderi sicurezza.
    Indossi il tuo sorriso migliore.
    Ma la musica si spegne.
    Poi le luci.
    Escono i camerieri, cominciano a sparecchiare.

    Restituiamo dignità ai Re Magi.
    Che furia c’è?
  • A VOLTE, LA MIGLIOR MUSICA E' IL SILENZIO

  • tramonto2Ho letto un articolo delirante.
    Frasi scontate con le quali si cercava di trovare un colpevole, una responsabilità solidale.
    Credo davvero che ognuno di noi sia il prodotto di ciò che viviamo e che i tasselli della nostra vita siano plasmati sulle emozioni che traspiriamo, ma questo non può giustificare la nostra proiezione verso un infito che non ha confini né limiti.
    L’unica cosa a questo mondo davvero contro natura è la morte di un uomo per mano di un’ altro uomo.
    Perchè noi non siamo bestie.
    Non una guerra, non una vendetta, non la gelosia, la disperazione, la solitudine o la fatica… niente può giustificare la follia di chi uccide.
    E questo ce lo dobbiamo dire, tutti, senza cercare giustificazioni.
    E non c’è differenza tra uccisi.
    Una donna non vale più di un uomo, un siriano non vale meno di un newyorkese, e un bambino è solo e sempre un bambino.
    La vita alle volte è bella ma acre.
    Affascinante ma anche incomprensibile.
    Dura e dolce.
    Ma per questo abbiamo un cervello, per elaborare quello che ci capita, per decidere consapevolmente cosa fare della nostra vita, per chiedere aiuto quando non ce la facciamo.
    Io adoro il silenzio.
    Il silenzio aiuta a pensare e pensare ci rende liberi.
    Ogni tanto facciamo semplicemente silenzio.

  • PRONTO?

  • Schermata 2014-12-03 alle 13.25.31Dottoressa.
    Si Matteo?
    Dottoressa, non c’è l’ ho fatta. Temo di averla delusa.
    Matteo avevamo lavorato duramente, avevamo riesumato a fatica tutti i mostri della tua infanzia.
    Avevamo fatto un percorso insidioso ma consapevole e sembrava davvero che tu avessi elaborato quasi tutte le tue paure ancestrali.
    Cosa è successo?
    Quante volte ci siamo ripetuti che l’uomo nero non esiste?
    Tua mamma non era cattiva, ti amava come tutte le mamme, anche se è vero… avrebbbe potuto dire ora chiamo il lupo cattivo oppure la capra marignana… ma non per questo ti voleva meno bene.
    Matteo, l’ uomo nero è un simulacro, non va combattuto, non può farti del male, è solo un ricordo sbiadito del passato che associ a una punizione, a una minaccia.
    Quel bambino, Matteo, ora non c’è più …
    Non si tratta di questo.
    Non dirmi che allora è di nuovo venuta fuori quella cosa dell’ Europa.
    Anche su questo avevamo lavorato.
    La professoressa non ti aveva preso di mira, non ti odiava affatto.
    Ti aveva solo trovato impreparato.
    I padri fondatori della Comunità Europea non li sapevi, non avevi studiato.
    Un professore deve misurare la preparazione dei propri allievi, ma questo non sigifica giudicare.
    Nessuno ha mai voluto umiliarti Matteo.
    La scuola funziona così e non è stato diverso solo per te….
    Dottoressa, l’ho fatto.
    Ma cosa, Matteo? Ora comincio a preoccuparmi.

    Questo.

    Matteo, no!
    Tutto il nostro lavoro buttato alle ortiche, così… nel modo più bieco.
    Con lui hai solo il nome in comune, e lo sapevi.
    Tu sei fatto di un’ altra pasta, quante volte ce lo siamo detti?
    Lui ti ha sempre provocato, ma tu avevi gli strumenti per sopportare, per soprassedere.
    Ma non è stato questo il problema, vero?
    Nooooo, perchè tu sapevi come fare,  sapevi come gestire la tua rabbia, la competizione fine a sestessa, e invece?
    Eh Matteo? Invece?
    Te lo dico io Matteo!
    Non  hai resistito!
    Ti sei miseramente piegato alle luci della ribalta, alla popolarità senza pensare minimamente alla fine di Salvatore Veneziano.
    Hai preferito rovinare tutto, per la vana gloria, quando più volte avevamo parlato anche di Marina la Rosa.
    Reputazione, credibilità, affetti e tutto il percorso fatto insieme, spazzato via in un soffio…
    così, da due puppoorine pelose stampate a tiratura illimitata su una rivista patinata!
  • PENSA A DICEMBRE E DIMMI COSA TI VIENE IN MENTE

  • P’tit  per me è una scommessa, o forse un esercizio, ma anche una sfida, la ricerca di un minuto di pace nella frenesia di dicembre.
    E’ condivisione, luci, bokeh, è casa.
    Mia, tua…
    Ho sempre desiderato entrare inaspettatmente nelle case degli altri, per vedere la vita vera, quella con i cuscini disordinati sul divano, lo stendino davanti al termosifone e il tavolo pieno di cose da spostare quando c’è da apparecchiare.
    P’tit è la cura di un momento, è accorgersi di un momento.
    P’tit è osservare e gioire nonstante tutto, trovare il bello nei giorni faticosi.
    P’tit è essere grati.
    P’tit è essere vicini anche se lontani.
    P’tit è una cosa piccola, di poco conto, ma che per noi vale.
    P’tit è tornare a casa, la solitudine bella di un momento che ci dedichiamo, è stare insieme, cucinare senza fretta, leggere un libro, una telefonata, un abraccio, un gioco, mangiare.
    P’tit è la ricerca amorevole della neve, anche al mare.
    P’tit è solo una fotografia.
    Che però rimarrà per sempre.

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    Camilla è più brava di me a raccontare come funzionano le cose, e lo fa qui.
    E quindi… chi ci sta di voi?
    Dai!

    Io domani dovrò far pagare le tasse.
    Mi alzerò assonata, rimarrò in ufficio tutto il giorno e riceverò solo telefonate di gente molto arrabbiata, ma accetto la sfida.
    Non vedo l’ora!

  • MOMENTI DI ACCIDENTALE INFELICITA'

  • Quando pinzi qualche foglio con la spillatrice ma le puntine sono finite.

    La presa dell’ aspirapolvere che si stacca dal muro perchè ti sei allontanata troppo.

    Il toner che finendo comincia a fare la riga bianca alla pagina trenta di settanta e te ne accorgi alla pagina settanta.

    In agenzia entrate, quando prendi il numero, fai due ore di attesa e poi ti dicono “doveva prendere il numero per i servizi telematici, mi dispiace”.

    L’ ultimo rettagolino di un maxirotolo di carta igienica che non doveva finire mai.

    Sfare la lavastoviglie.

    Stendere la lavatrice.

    Quando leggi un libro sul kindle tenendolo nella mano ma non sai bene dove tenere il pollice e per sbaglio tocchi il monitor e si gira la pagina.

    Buttata nel letto, sfatta, ti togli gli occhiali ma vedi una luce rimasta accesa nella stanza accanto.

    Lo sciacquone rotto che sgocciola, di notte.

    Il latte scaduto nel frigo.

    Le luci multifunzione dell’ albero di natale quando perdono la sincronizzazione.

    Il ricalcolo della spesa all’ Esselunga.

    La notifica della raccomandata nella cassetta della posta.

    Andare a ritirare una raccomandata in posta.

    La gente in spiaggia con l’ ultimo numero della rivista che hai in abbonamento che a te arriverà almeno dopo due settimane.

    Il caffè cattivo.

    Scendere dal letto e non trovare gli occhiali.

    Quando pesti per sbaglio il bordo delle Birkenstock.

    La pipì che ti scappa fortissimo appena ti sei messa lo smalto.

    La ceretta
    e le emorroidi.

    Il primo boccone  e poi squilla il telefono.

    Lo speedtest dell’ adsl che ti restituisce un ping a 320.

    Quando al bar di là dal vetro chiedi un pezzo e la barista prima di dartelo indica almeno dieci pezzi intorno a quello che hai scelto.

    Il semaforo rosso.

    Le lente a contatto che ha fatto ventosa.

    Quando dal cassetto prendi l’ ultima mutanda e i calzini sono già finiti.

    Quando dalla scatola dei Kellogg’s Extra al Cioccolato Fondente belga e nocciole hai mangiato tutti i pezzi di cioccolato.

    L’ultima puntata di una serie tv.

    Quando hai fame e la pancia ti fa rumore,
    in ufficio,
    l’ unico momento in cui tutti sono in silenzio,
    intorno alla tua scrivania mentre gli stai mostrando un dato sul tuo monitor.

    Le sbarre del passaggio a livello che si chiudono appena arrivi, tutte le volte.

    Quando scatti una foto e passa qualcuno.

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    Post liberamente ispirato al libro di Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità.
    Solo che lui era felice.

    E i vostri momenti di accidentale infelicità?

  • QUELLI DELLA 315

  • londra

    Sabato abbiamo incontrato un amico di Andrea con il quale non avevo mai avuto il piacere di parlare e che fin da subito si è dimostranto molto empatico e deciso a voler diventare il mio nuovo miglior amico.
    Sapeva quasi tutto di noi, e da buon amico migliore quale mi era diventato, per prima cosa sì è curato di sapere se avessimo passato dei buoni giorni di vacanza e se le mie aspettative fossero state soddisfatte.
    In che senso scusa?
    Si insomma, il wc della camera aveva il sigillo che ne garantisce la disinfezione? E poi il rotolo della carta igenica… mi auguro tu l’ abbia trovato nuovo.  Sai che orrore altrimenti...
    Ora credo di avergli fatto capire, con poco, di non aver mai avuto migliori amici, che avrei preferito mi desse del lei solo perchè il voi sarebbe suonato forse un pò troppo anacronistico e che sarebbe stato meglio se nei giorni a venire si fosse guardato spesso alle spalle perchè con ogni probabilità qualora lo avessi incontrato per strada lo avrei sicuramente schiacciato.
    Dopodichè, giusto il tempo per salutarci amabilmente, ho girato l’ angolo a braccetto di mio marito che ho poi corcato, senza nemmeno ben sapere perchè, ma convinta che lui ne avrebbe trovato un buon motivo.

    E’ vero, la scelta dell’ albergo mi mette un pochino di ansia, ne avevamo pure già parlato anni fa, ma quindi?
    C’è forse un rimedio? A chiunque mi chiedesse come fosse possibile che fossi stata quattro volte a New York e mai nemmeno una a Londra, rispondevo vagamente…
    Eh… hai visto, alle volte la vita è davvero strana…
    Mica potevo dire, vedi reputo l’ inghilterra il paese più sudicio dell’ Europa, addirittura più della Francia, e per questo ho sempre desistito a recarvici le mie sacre membra.
    Omettere verità non significa necessariamente mentire.

    I criteri con i quali scelgo un albergo sono sempre gli stessi da anni.
    In terra parquet, vietati i copriletti ma concessi solo sacchi copripiuminio bianchi, bagni minimali e piuttosto asettici che permettano un’ analisi d’ insieme veloce ma efficacie.
    Dopo attenta disamina e misurata comparazione di informazioni, la scelta questa volta è ricaduta su una catena di alberghi olandese, e questa cosa dell’ Olanda forse qualche dubbio me lo doveva far venire perchè lì si fanno sempre un mucchio di canne.
    Tutto molto tecnologico, quasi da nerd.
    Per dire il check in  ce lo siamo fatti da soli, come con il prestospesa dell’ esselunga.
    La stanza era interamente gestita da un tablet.
    Le luci, le finestre, la televisione, il riscaldamento.
    Tutto fighissimo, fino a che ha funzionato.
    Rotta la docking station, finito il gioco.
    Ci dovete perdonare, ma temiamo che il carica batteria del tablet della nostra stanza con buona probabilità possa essere rotto, è possibile che ci venga sostituito?
    Sarà che sono inglesi o che si fumavano troppe canne, tant’è che la richiesta di visitare il royalbaby prima di coricarci sarebbe suonata meno  difficile da esaudire.
    Per risolvere il problema ci sarebbe voluto un ingegnere, perchè un caricabatterie normale di quelli che se hai l’ iphone non lo puoi perdere di vista nemmeno un minuto, sembrava non esserci proprio in un albergo con stanze esclusivamente gestite da tablet.
    Dovevamo cambiare stanza, a mezzanotte, ma soprattutto dovevo fare nuove perlustrazioni, analisi con il luminol (a proposito a me quel programma su real time mi ha definitivamente rovinata).
    Abbiamo transato, rimandando tutto al mattino seguente, e dormito con il televisore acceso e il condizionatore a palla.
    Non sapevamo che quel tablet scarico sarebbe diventato la nostra fortuna.
    La mattina dopo di una notte turbolenta siamo stati accolti alla reception con  mille scuse, una abbondante colazione offerta, e la promessa che nelle ore successive qualcuno avrebbe risolto il problema altrimenti avremmo cambiato stanza al nostro rientro in albergo.
    Di nuovo scuse, inchini e ospiti pure la sera al lounge bar.
    Parola magica: quelli della 315.
    Mangiato e bevuto e ancora ribevuto, con la notte erano arrivate anche le cattive notizie.
    La festa era finita, terminati i bagordi, il tablet era perfettamente funzionante.
    Tutto ripristinato.
    E scusateci di nuovo per il disguido. Buona notte.
    Buona notte.

    Sapevamo però cosa fare l’ indomani.

    Hi, good morning guys.
    Is Everything okay?
    Well, yes and no…
    something yes, but something no

    315
    3+1+5
    9

  • 5 COSE DA SAPERE SUGLI INGLESI

  • 1. Leviamoci subito il dente.
    Non usano il bidet, e non lo fanno perchè sono cattivi, ma perchè proprio non ce l’ hanno, e la cosa grave è che nemmeno ne sentono il bisogno, che Dio li abbia in gloria.
    Una volta una ragazza francese mi disse, in maniera anche piuttosto sostenuta, che chi non aveva il bidet era di per se più pulito di tutti gli italiani che tanto lo bramano quando vanno all’ astero, perchè chi non ha il bidet “se prendre sa douche une fois par jour”.
    Ora, una volta per tutti e col senno di poi, fatemi dire una cosa: e sti cazzi!

    2. In generale sono confusi.
    C’è da dire che il tempo non gli aiuta affatto, ma temo che abbiamo completamente dimenticato il significato di alcuni contrari, alle volte assai intuitivi, quali estate e inverno, caldo e freddo, piovoso o soleggiato.
    Ho visto persone in tshirt e altre con il piumino, ad agosto, nella stessa metropolitana, lo stesso giorno, alla stessa ora, manco fossimo stati a viareggio a luglio.

    3. Non temono nulla perché nulla li spaventa.
    Per dire, hanno posti carinissimi dove assaporare colazioni che profumano di casa, avvolti dall’ aroma tostata di deliziosi caffè da consumare con bread, butter and jam, tutti insieme, intorno a una grande tavolata.
    Braccia di sconosciuti che si intrecciano per raggiungere i vasetti di marmellata, riccioli di burro avvinti a coltelli che poi si intingono nel miele e dopo ancora nella nutella, in una contaminazione di sapori, colori e microbi.
    Tutto così familiare e caldo da rendere spontanea pure la lettura, tra un boccone e l’ atro, di almeno un centinaio di pagine, che so… di un romanzetto tipo Infinte Jest di Wallace.
    E per loro non fa niente se alla tavolata ci sono oggettivamente troppe persone, abbarbicate con zaini, tablet, libri e moleskine, che lì rimangono per ore senza preoccuparsi di chi arriva dopo con una tazza incandescente tra i polpastrelli.
    Lo spazio vitale per un inglese può ridursi davvero a poco, e una linguetta di tavola grezza tutta sporca di burro e zucchero può essere addirittura sufficiente per una tazza di caffè, un piatto con pane burro e marmellata e un gomito col quale puntellare un avambriaccio teso come un leggio a sorreggere I Fratelli Karamazov, aperti alla pagina 234… perchè loro hanno un certo aplomb.
    Sono asceti metropolitani.

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    4. E’ vero, non gesticolano, le braccia potrebbero addirittura non averle, ma quando parlano Dio solo sa cosa fanno con gli occhi.
    Ci ridono, chiedono attenzione per l’ imminente arrivo di una battuta, segnalano un pericolo, assaporano gusti, salutano.
    Occhi empatici per gesti apatici.
    Indubbiamente il troppo avrebbe stroppiato.

    5. Correggono la tua pessima pronuncia, con gentilezza, senza fartelo pesare, lo fanno con amorevole cura come a volerti dire ”lo so che sei italiano e che per te è più facile rubare Il Ritratto dei coniugi Arnolfini di van Eyck al British Museum piuttosto che parlare un corretto inglese, ma sappi che io per questo non ti odio come farebbe un francese che fa finta di non capire neppure quando chiedi una baguette, che si dice baguette in tutto il mondo”.

    Mi hanno conquistata questi inglesi.
    I francesi no, s’era capito?

  • DANCING IN SEPTEMBER

  • settembre

    E’ settembre, e credo di avere abbondanti prove per poterlo affermare.
    Ci sono le giostre.
    Ho il raffreddore.
    E poi, come direbbe A., c’è pure scritto sul calendario.
    Io lo adoro settembre.
    A lavoro i ritmi tornano più umani.
    La prospettiva della nevina diventa più accessibile ( a proposito, sapete che questo che verrà sarà l’ inverno più freddo che si ricordi? Non vedo l’ ora!).
    Si possono rimettere le sciarpe.
    Ricomicia Gazebo.
    A dire la verità, questo settembre sarà un pochino diverso dagli altri perchè il Brugolone non giocherà a calcio, almeno fino a data da destinarsi.
    Diciamo che l’ ha presa bene.
    In giro tiene un basso profilo, poi quando succede, e succede tipo ogni metro e mezzo che qualcuno lo fermi e gli chieda: allora? quest’ anno dove sei?, lo sguardo gli si fissa nel vuoto come a quelli che negli anni 70 avevano fatto la guerra nel Vietnam.
    Ehi, sono rotto, risponde laconico.
    Un giocatore non parla di patologie.
    Conosce solo due condizioni fisiche che di per se vogliono dire tutto: sono in forma o sono rotto.
    Lui in questo momento è rotto, più nel cuore che lungo la schiena.
    Dovrò inverntarmi qualcosa.
    Escludo vernissage o battute di caccia.
    Comprerò tutte le copie dei giornali locali per poi distruggere le pagine dedicate ai campionati minori.
    Mi inventerò nuove abitudine per creare alternative a quel mantra che da 17 anni ascolto in religioso silenzio: la domenica è del pallone, la domenica è del pallone, la domenica è del pallone, la domenica è del pallone…

    Non avrò alcuna speranza, temo.