L’ ELABORAZIONE DEL LUTTO

Bella ciao

Ai miei tempi…
oddio mi è uscito fuori proprio così, ai miei tempi.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo.
Che poi nemmeno volevo proprio dire ai miei tempi, ma più in generale parlare di quando i miei genitori erano ragazzini e poi di quando io, una trentina di anni dopo, lo fossi diventata.
Un ai miei tempi a largo spettro, come gli antibiotici, che servisse a prendere le giuste distante dall’ oggi, senza però tener troppo conto di quelle dal ieri.
Sto diventando anziana, questo è, e i sentori ci sono tutti.
Quando mio papà aveva quattordici anni viveva ancora in Perù, e là in Perù a 14 anni perse suo padre.
Con sua mamma impacchettò tutto quello che avevano, lo caricò su una nave che avrebbe impiegato un mese ad arrivare in Italia, poi salutò i nonni che sarebbero rimasti in quella terra non loro, e volò per il paese dal quale erano partiti anni prima i suoi genitori, per sempre.
Niente psicologi, nessun insegnante che avesse convocato mia nonna per discutere di come affrontare il difficile momento, solo un lutto e una partenza.
Mia mamma doveva sposarsi quando morì suo padre.
Il suo non matrimonio fu solo rimandato, e a raccontare quel giorno solo poche foto tristi.
Poi dicono che sono arrivata io a tirare un pò su il morale, così che una depressione post partum sarebbe stata davvero da ingrati.
Negli anni novanta le cose non andavano poi tanto diversamente.
A chi perdeva un nonno si diceva che era andato in cielo, chi invece perdeva un genitore diventava un disgraziato con un altissima probabilità di finire male, creature sfortunate persino poco degne di perderci tempo, come a non voler interferire con un destino che aveva scelto per loro .
Dagli psicologi ci mandavo solo quelli matti e per queste cose ce la dovevamo fare un pò da soli, poi se andava bene si diceva, è dovuto crescere tutta in colpo, se andava male invece, che vuoi… con quel che ha dovuto sopportare, era da aspettarselo.
I miei nonni maschi quando nacqui erano già morti, ma  mai fino all’ adolescenza avevo perso qualcuno di caro.
Non ero preparata alla morte che invece arrivò improvvisa e ingiusta.
Mi consolarono alla meglio.
Alcuni con un abbraccio, alcuni facendosi vedere fragili quanto me, altri citando la bibbia come fosse stato un trattato di psicologia, non capendo che c’è un tempo per nascere e un tempo per morire, forse, poteva andar bene per un ottantenne che un pò di vita l’ aveva anche vissuta ma non per un ragazzo di 22 anni.
Nessuno ci insegnò a vivere con il dolore, ma in qualche modo ce la facemmo.
Le toppe piano piano le misero i ricordi, gli attimi fermati con una fotografia, le lettere lasciate, rilette fino ad impararle a memoria, e immaginarmi un luogo perfetto fatto solo di bellezza e pace, dove tutti alla fine arrivano, mi è sempre sembrato più consolatorio che sciocco.
E così tutte le volte che qualcuno muore, oggi come 20 anni fa, mi ritrovo a dire, Beppe vallo a prendere e spiegali come funziona.
Anche ieri sera, quando ho letto che Nelson Mandela era morto.

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